#Centrarte_segnala… Si inaugura l’11 settembre al Maschio Angioino “Diarius”, la nuova personale di Solveig Cogliani

“Diarius”,  la nuova personale di Solveig Cogliani, sarà in mostra nella Sala Carlo V di Castel Nuovo, il Maschio Angioino di Napoli, dall’11 al 28 settembre 2014. In mostra il Ciclo delle fontane, le “Popstar”, le “Tangenziali” e – per la prima volta – il Ciclo dei cancelli.

La mostra è a cura di Francesco Gallo Mazzeo ed è organizzata da Galleria Michelangelo e da Spazio Nea, in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, che patrocina l’evento.

Nel museo civico della città, l’artista romana di origini siciliane, Solveig Cogliani, esporrà 25 tele di diverse dimensioni e tecnica mista, un racconto diaristico che cessa d’essere monologo interiore e si manifesta come opera aperta, controvertibile, come un caleidoscopio, che quando ti ha appena stupito, lo fa ancora una volta, a dimostrazione che l’immaginario è inarrestabile, cangiante, imprevedibile.
Ai confini tra figurazione ed astrazione, la pittura, dettata ora da una misura ornata, geometrica, delineata, ora da una dismisura gestuale, in un avvolgente dialettica che non ammette erosioni, sospensioni, perché è una sospensione già questa, nel suo sommarsi e sottrarsi, nel suo distendersi o contrarsi, a volte, con un colore gommoso e materico, altre, con una sottigliezza trasparente, determinando un indeterminabile, ma senza ossessione a ripetere, variando, per darci uno stile, senza forzatura, come si conviene ad una scelta che tende alla libertà vera, in una scelta per l’immaginario in chiave psicologica, per dire in esso quello che con le parole non si potrebbe dire, non potrebbe avere la sua giusta musicalità. Colori primari, come forti tonalità e come segnature, come accentuazioni e come scremature, in modo totale o quasi impercepibile, come detta l’umore del momento e l’estro gestuale, venendo a creare una bella tavolozza, dove tutto è mischiato, ma senza perdere la propria individualità, fatta di riconoscibilità, nel senso ‘totale’ di una luminosità, che è antropologica, tanto quanto è mentale, in un recupero idealistico, nel senso che non esiste una natura in sé, oppure una naturalità assoluta, ma realista al grado di luce, di calore, di profumi che s’irradiano nell’aria, raccordati con lo stato d’animo dello spettatore ultimo, che siamo noi, di quello primo che è l’artista.

Di questo parlano, con linguaggio muto, i quadri pittorici di Solveig Cogliani, dicendoci che, in definitiva, parlano di lei, delle sue gioie, dei suoi dolori, per quel tanto che ci vuole rivelare e anche per quel poco che ci vuole nascondere, ma che le opere portano con loro, a noi.

A volte le composizioni seguono un ritmo più logico, nel senso che sono descrizioni di un luogo più reale degli altri, ma lo interpretano con una sintassi più logica, proposta alla vista per una conferma della propria esistenza, anche sotto forma, non obliqua e trasversale, che si può dire più lineare, nel senso che ammette analogie naturalistiche riconoscibili. Comunque non c’è mai un interesse descrittivo, narrante, un dire una cosa, per dire, proprio quella, ma un cogliere la distanza che separa ed unisce il fantastico con il reale, non delineando mai confini e chiusure, che sarebbero contrarie alla libertà di un agire artistico, il cui diarismo è solo un datario mentale, ideale, per scandire la percezione del vedere, in un saper vedere che eccede l’ordinario, definito, per una sua forza interna, invisibile.

Tematiche, trattate come capitoli di un racconto, di cui è ignoto il punto di partenza e quello di arrivo, ma “luoghi” della transizione in cui l’immaginario vede se stesso. Cancelli, che possono aprirsi alla speranza, ad un percorso di ansia, di timore, ma in ogni caso, di nuovo, inatteso, anche se inquietante, per il suo essere un visibile che può diventare tangibile, oppure rimanere inesorabilmente chiusi, vietati a chi non può attraversarli e appropriarsi dell’enigma, dell’ignoto. Strade, che non portano da nessuna parte, oppure dappertutto, si tratta, infatti, di allusioni prospettiche, che servono alla vista alla realizzazione di un sogno, ad alleggerire un pensierosaturnale, ma anche a far scendere a terra turbe di desideri. Viali, che indicano un indomabile bisogno di proiezioni, di fantasia, che porta con sé i ricordi, i tempi, i volti, gli amori. Muri e fluorescenze, con un senso di mistero, che avvolge ogni cosa che è celata, nascosta, ancora di più se suadente nel suo dire e non dire, nel rivolgersi alla poesia, purezza, allo slancio verso qualche cosa che non si vede, ma c’è, per forza. Modalità d’espressione, che sconfinano con l’espressionismo, col procedere di un viaggio nel tempo, a ritroso nella memoria oppure in una proiezione d’impossibile futuro, quasi un modo di esorcizzare la clessidra o l’orologio, facendo salti, proprio come vuole il desiderante e il narcisistico, che permette ad un bisogno radicale d’andare “oltre”, di avere “altro”.

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